La Foresta incantata Libretto CD

Il racconto musicale della Foresta Incantata di Geminiani e i suoni del Tasso

Le vicende e i personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1581) hanno per secoli stimolato l’immaginazione, non solo di artisti e intellettuali, ma anche di persone appartenenti ad ogni ceto sociale e culturale. D’altronde la tradizione alla quale il grande componimento tassiano fa riferimento è quella popolare dei poemi cavallereschi in ottava rima, di cui ancora oggi si conservano tracce nei “contrasti” della poesia improvvisativa dell’Italia centrale.

Moltissimi pittori e musicisti quindi, dalla fine del Cinquecento in poi, hanno cercato di tradurre nel proprio linguaggio artistico, nei differenti contesti storici e culturali, le sensazioni che i luoghi, i personaggi e i temi della Gerusalemme suggerivano loro, contribuendo in tal modo ad incrementarne la popolarità. Tiepolo, i Carracci, Tintoretto, van Dyck fra i pittori, Monteverdi, Händel, Haydn, Rossini, fra i musicisti, hanno celebrato con capolavori gli amori di Armida e Rinaldo o i tormenti di Tancredi e Clorinda.

Il caso della Foresta Incantata di Francesco Geminiani (1687-1762) è però alquanto peculiare.
La partitura autografa, così come ci si presenta, è una composizione strumentale assolutamente autonoma, che dal punto di vista formale può considerarsi come un’estensione della struttura del concerto grosso. Già però nell’edizione a stampa, approntata dallo stesso Geminiani presso Johnson a Londra, l’intestazione ne rivela chiaramente l’ispirazione: The Inchanted Forrest – An Instrumental Composition Expressive of the same Ideas as the Poem of Tasso of that Title – by Francesco Geminiani.

Enrico Careri, che più di ogni altro studioso si è occupato di Geminiani, revisore della partitura utilizzata in questa incisione, ci guida nella ricostruzione della genesi di questa composizione:
“…l’edizione a stampa che ci è pervenuta, databile intorno al 1756, è la versione da concerto di una composizione concepita per accompagnare una pantomima in cinque atti, La Forest Enchantée, rappresentata a Parigi al “grand Théâtre du Palais des Thuilleries” il 31 marzo 1754. L’esame della sola musica porta fuori strada se non si tiene conto dei versi da cui è tratto il soggetto, i canti XIII e XVIII della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, del programma di sala e delle recensioni. … Il soggetto è il seguente: l’esercito cristiano ha bisogno di una nuova “macchina espugnatrice” per poter riprendere l’assedio di Gerusalemme, ma la foresta che deve fornire la legna necessaria alla sua costruzione è stata incantata dal mago Ismeno ed è popolata di “innumerabili, infiniti Spirti” che la rendono impenetrabile; dopo vari tentativi Goffredo di Buglione incarica Rinaldo di rompere l’incanto, e questi riesce infine ad avere la meglio sulle forze del male.  La storia è dunque molto semplice e ciò per la natura stessa della pantomima, che richiede un’azione elementare e un intreccio ridotto al minimo.  Semplice ma ricca di possibilità per l’autore dello spettacolo, l’architetto, scenografo e pittore Niccolò Servandoni (1695-1766), una delle figure più interessanti del teatro tardo barocco francese, noto per gli effetti illusionistici dei suoi spettacoli ottici.”1

Lo studio comparativo di Careri sulla musica dell’edizione da concerto, sul libretto della pantomima di Servandoni e sui canti XIII e XVIII della Gerusalemme, ci permette di riaccostare non solo due materiali apparentemente disomogenei, ma anche due funzioni, quella narrativa e quella squisitamente musicale, entrambe presenti nella poesia del Tasso e nella musica di Geminiani.

Seguendo questo criterio, ma senza naturalmente cadere nella tentazione di considerare La Foresta Incantata come “musica a programma”, possiamo proporre uno schema “narrativo” della partitura di Geminiani. Resta inteso che tale schema è solo una delle tracce possibili. La potenza evocatrice della musica può e deve essere lasciata libera di agire nella fantasia dell’ascoltatore.

Parte I – La selva di Saron
Numeri 1-7 della partitura
(Gerusalemme liberata canto XIII)

Argomento:
“Ismeno il mago, vedendo i cristiani senza machine, pensa d’incantare il bosco, onde essi non possano rifarne dell’altre. Si descrivono i suoi incanti. … ” (Torquato Tasso)

n.1 andante
descrizione della foresta, notte, luna
la musica sembra trarre ispirazione dai versi del Tasso:
XIII,2
Sorge non lunge a le cristiane tende
tra solitarie valli alta foresta,
foltissima di piante antiche, orrende,
che spargon d’ogni intorno ombra funesta.
Qui, ne l’ora che ‘l sol piú chiaro splende,
è luce incerta e scolorita e mesta,
quale in nubilo ciel dubbia si vede
se ‘l dí a la notte o s’ella a lui succede.

n. 2 allegro moderato
arrivo dei maghi
XIII,4
Qui s’adunan le streghe, ed il suo vago
con ciascuna di lor notturno viene;
vien sovra i nembi, e chi d’un fero drago,
e chi forma d’un irco informe tiene:
concilio infame, che fallace imago
suol allettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
i profani conviti e l’empie nozze.

 n.3 andante
arrivo di Ismeno che incanta la foresta
XIII,5
Or qui se ‘n venne il mago, e l’opportuno
alto silenzio de la notte scelse,
de la notte che prossima successe,
e suo cerchio formovvi e i segni impresse.

n. 4 allegro moderato
Riunione di tutti i maghi della foresta che felicitano Ismeno
XIII,11
Venieno innumerabili, infiniti
spirti, parte che ‘n aria alberga ed erra,
parte di quei che son dal fondo usciti
caliginoso e tetro de la terra;

n.5 andante – adagio
n. 6 allegro moderato
n. 7 andante spiritoso
Ritorno di Ismeno e riunione del Consiglio di Aladino
XIII,12
Il mago, poi ch’omai nulla piú manca
al suo disegno, al re lieto se ‘n riede:
“Signor, lascia ogni dubbio e ‘l cor rinfranca
ch’omai secura è la regal tua sede,
né potrà rinovar piú l’oste franca
l’alte machine sue come ella crede.”
Cosí gli dice, e poi di parte in parte
narra i successi de la magica arte.

Parte seconda – Mostri e gradassi
Numeri 8-11
(Gerusalemme Liberata canto XIII)

Argomento:
Fuggono i mastri delle machine – i fabbri – dal bosco, gli incanti del quale altro non sono che delusioni.” (Torquato Tasso)

n. 8 adagio
foresta di giorno, cristiani dormono, vapori neri si spargono
n. 9 allegro
 I fabbri tentano di abbattere gli alberi della selva, ma sono ricacciati indietro da mostri che vomitano fiamme
XIII,21
Esce allor de la selva un suon repente
che par rimbombo di terren che treme,
e ‘l mormorar de gli Austri in lui si sente
e ‘l pianto d’onda che fra scogli geme.
Come rugge il leon, fischia il serpente,
come urla il lupo e come l’orso freme
v’odi, e v’odi le trombe, e v’odi il tuono:
tanti e sí fatti suoni esprime un suono.

n.10 grave
ingresso di Alcasto, che altezzosamente si propone di sconfiggere i mostri
XIII,25
“Dove costui non osa, io gir confido;
io sol quel bosco di troncar intendo
che di torbidi sogni è fatto nido.

n.11 allegro moderato
Alcasto avanza intrepido ma un muro di fuoco gli si oppone
XIII,28
Oh quanti appaion mostri armati in guardia
de gli alti merli e in che terribil faccia!
De’ quai con occhi biechi altri il riguarda,
e dibattendo l’arme altri il minaccia.
Fugge egli al fine, e ben la fuga è tarda,
qual di leon che si ritiri in caccia,
ma pure è fuga; e pur gli scote il petto
timor, sin a quel punto ignoto affetto.

Parte terza – Il campo cristiano
Numeri 12-14

(canto XIII)
Argomento
“Sopragiunge caldo intolerabile; si secca il rivo – Siloè -; sono avvelenati i fonti. I cristiani languiscono. Tutti accusano Goffredo come ostinato… Goffredo chiede ne le sue orazioni la pioggia al Signor Iddio. Iddio riguarda con occhi benigni al campo… Piove larghissimamente; cresce il fiumicello; l’aer si rinfresca” (Torquato Tasso)

n.12 Andante affettuoso
tristezza, siccità, sete

XIII,64
Cosí languia la terra, e ‘n tale stato
egri giaceansi i miseri mortali,
e ‘l buon popol fedel, già disperato
di vittoria, temea gli ultimi mali;
e risonar s’udia per ogni lato
universal lamento in voci tali:
“Che piú spera Goffredo o che piú bada,
sí che tutto il suo campo a morte cada?

n.13 (6/8 senza indicazione di tempo)
Preghiera di Goffredo

XIII,71
“Padre e Signor, s’al popol tuo piovesti
già le dolci rugiade entro al deserto,
s’a mortal mano già virtú porgesti
romper le pietre e trar del monte aperto
un vivo fiume, or rinnovella in questi
gli stessi essempi; e s’ineguale è il merto,
adempi di tua grazia i lor difetti,
e giovi lor che tuoi guerrier sian detti.”

n. 14 allegro moderato
Pioggia

XIII,77
cosí gridando, la cadente piova
che la destra del Ciel pietosa versa,
lieti salutan questi; a ciascun giova
la chioma averne non che il manto aspersa:
chi bee ne’ vetri e chi ne gli elmi a prova,
chi tien la man ne la fresca onda immersa,
chi se ne spruzza il volto e chi le tempie,
chi scaltro a miglior uso i vasi n’empie.

Parte quarta – Il disincanto della Selva
Numero 15
(canto XVIII)
Argomento
All’alba Rinaldo è sul monte a pregare. Bellissima è la natura intorno. Finita la preghiera va verso la selva, che non gli suscita nessun timore; ode un suono dolcissimo e sente lo scorrere di un ruscello, trova un varco e lo oltrepassa; da una quercia esce una ninfa e da cento altre piante cento altre ninfe che si mettono a danzare e allora gli sembra di vedere il viso di Armida che gli parla dolcemente, poi abbraccia un albero di mirto (simbolo d’amore): mentre Rinaldo alza la spada, ella si trasforma nel mostro Briàreo dalle cento braccia, con cinquanta spade e cinquanta scudi; ma sotto l’assalto di Rinaldo l’incanto sparisce, e la selva torna nel suo naturale stato.

n.15 andante-allegro-andante-adagio-affettuoso-allegro-allegro moderato

Ruscello tranquillo, poi impetuoso, ninfe, seduzione, Armida, successo dell’impresa

XVIII,18
Passa piú oltre, e ode un suono intanto
che dolcissimamente si diffonde.
Vi sente d’un ruscello il roco pianto
e ‘l sospirar de l’aura infra le fronde
e di musico cigno il flebil canto
e l’usignol che plora e gli risponde,
organi e cetre e voci umane in rime:
tanti e sí fatti suoni un suono esprime.

XVIII, 37

        Sopra il turbato ciel, sotto la terra

tuona: e fulmina quello, e trema questa;

vengono i venti e le procelle in guerra,

e gli soffiano al volto aspra tempesta.

Ma pur mai colpo il cavalier non erra,

né per tanto furor punto s’arresta;

tronca la noce: è noce, e mirto parve.

Qui l’incanto forní, sparír le larve.

Epilogo:
Numeri 16-18

A questo punto la vicenda può considerarsi conclusa, ma Servandoni introduce un epilogo, che descrive il rientro trionfale di Rinaldo al campo (n.17), ma non giustifica la musica del 16 e del 18.
Non è difficile però ricondurre, nell’andante n. 16 in si minore, la figura retorica del pianto (semitono discendente) al lamento di Armida che ritroviamo nello stesso canto XVIII, ma anche nel XVI e nel XX. Allo stesso modo, l’Affettuoso n. 18, che sembra avere una funzione di interludio tra le due esposizioni del movimento conclusivo (n.17), può facilmente evocare la dolcezza commovente della riconciliazione fra Armida e Rinaldo al termine del poema tassiano.

n. 16 andante

lamento di Armida

n. 17 allegro

rientro trionfale di Rinaldo al campo

XVIII, 39-40

…” Ed ei da lunge in bianco manto

comparia venerabile e severo,

e de l’aquila sua l’argentee piume

splendeano al sol d’inusitato lume.

        Ei dal campo gioioso alto saluto

ha con sonoro replicar di gridi;

n. 18 affettuoso

Riconciliazione

XX, 136

        Sí parla e prega, e i preghi bagna e scalda

or di lagrime rare, or di sospiri;

onde sí come suol nevosa falda

dov’arda il sole o tepid’aura spiri,

cosí l’ira che ‘n lei parea sí salda

solvesi e restan sol gli altri desiri.

“Ecco l’ancilla tua; d’essa a tuo senno

dispon,” gli disse “e le fia legge il cenno.”

da capo n.17

mercoledì 25 settembre 2002

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